La Luna

Si sorprendono di tutto. Capita che nel palmo della piccola mano tengano una mela rossa come fosse davvero quella della favola, ma non sanno nulla di quella favola. Si guardano intorno con stupore ogni volta che si porge loro un giocattolo, un cioccolatino e cercano l’una nello sguardo dell’altra, l’autorizzazione a proseguire nella scoperta. Sono le bambine di Sandra. Due sorelline di 3 e 5 anni, circa, che vengono da Bombay. Sono arrivate quando Sandra, ammalatasi di un tumore al seno all’età di 30 anni, aveva perso le speranze di avere dei figli. In quei dieci anni non aveva quasi mai potuto interrompere le cure e i medici le avevano spiegato quanto una gravidanza andasse evitata perché avrebbe inciso negativamente sulla malattia. Paolo, che l’aveva sempre appoggiata, in un giorno più faticoso del solito, si lasciò sfuggire che Sandra aveva voluto confermare l’adozione quando già il tumore era metastatizzato al fegato. Lui andava a lavorare, si occupava delle bambine e di Sandra. Andava avanti con qualche aiuto familiare e noi. Erano molte le figure Pallium impegnate in quell’assistenza: la dottoressa, l’infermiere, lo psicologo, anche il musicoterapeuta, transitato per un breve periodo in associazione. Ma quella da cui traeva maggior beneficio era Gabriella, la volontaria. Si stabilì da subito un rapporto superiore. Forse Gabriella vedeva in Sandra una figlia sfortunata e Sandra in lei, la madre che aveva perso ormai tanti anni prima per la sua stessa malattia. Di fatto, Sandra, malata, diffidente, ormai sfiduciata, schiacciata anche dalla responsabilità di quelle due creature, certamente più fortunate di tanti altri bambini rimasti a vivere nelle strade di Bombay, ma ignare di dover subire ancora tagli al loro fanciullesco istinto di sopravvivenza, con la volontaria riusciva a trascorrere pomeriggi di spontanea, quanto efficace, “psicoterapia”. Complice il tenue senso pratico di Gabriella, che coglieva i desideri esaudibili e li esaudiva: a volte erano le lasagne, altre uno sformato di broccoli, altre ancora una piantina di primule gialle che annunciava la primavera. I volontari non fanno in genere faccende domestiche; ma Gabriella se c’era da stirare mentre Sandra sdraiata nel letto, senza forze, riposava, lo faceva con naturalezza come una di casa o forse molto meglio, perché lei non si aspettava niente e Sandra non si sentiva di doverle spiegazioni. Si poteva parlare…ma anche stare in silenzio. Gabriella era lì ad accarezzarle le mani diafane anche quando il respiro piano piano la lasciava. Sono passati molti anni: per caso abbiamo avuto notizia che le bambine ora sono delle giovani ragazze che, con papà Paolo, stanno bene in questa città dove sono cresciute e che si trova dall’altro capo della terra in cui sono nate. Io, Sandra, la visitavo, le prescrivevo le terapie per il dolore e la difficoltà respiratoria, la nausea, la disidratazione. Lei non riusciva ad apprezzare nessun risultato, anche quando stava meglio e i sintomi erano controllati. Un giorno, in cui, dopo avere auscultato il torace le spiegai soddisfatta che il liquido era quasi del tutto sparito, infatti lei respirava meglio e così poteva alzarsi con meno difficoltà per andare a tavola con le bambine e Paolo, mi disse “io rivoglio solo la mia vita”. Questa frase, negli anni, mi è tornata in mente tante volte, a dare forza alla quotidianità. Era una richiesta legittima, ma in quel momento era come chiedere la luna. Non certo il cortisone o il diuretico: solo Gabriella, teneramente, l’aiutava a stare meglio.

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