Marta, una storia non solo clinica

Sabato. “Ciao, sai sto molto meglio: non ho più quel problema alla gamba, in questo momento sono fuori da sola e cammino abbastanza sicura…. Il dolore? Meglio anche quello. Le cure hanno funzionato. Ti volevo chiedere come devo proseguire con la terapia visto che avevi pro- grammato di finire con le flebo di mannitolo… No, ci vediamo poi, non importa che vieni lunedì. Dimmi solo come devo procedere con il cortisone. Non ci sarò per qualche giorno… Ti devo dire una cosa, a te lo devo dire, a parte mio marito non lo sa nessun altro: domani vado a Basilea… mi ero iscritta a suo tempo a Exit e domani vado a vedere… No, vabbé ma vado solo a vedere… poi ne parliamo… Quando torno?… ho il volo giovedì. Se puoi, ci vediamo poi venerdì. Tranquilla. Allora ridimmi del cortisone, bene 8+8 per altri due giorni, poi 8+4, poi ci vediamo. Ti abbraccio. Grazie di tutto”.

Marzia, 60 anni, ammalata da 5, continuava a curarsi quel tumore che a tratti sembrava sopito, ma poi ricompariva improvviso come un incubo. E lei si sottoponeva alle cure con sempre meno convinzione. Aveva attraversato anche periodi di dolore non controllato. Ma ora stava discretamente. Evidentemente il suo corpo ancora giovane era più forte della mente. E la sua mente, a quel corpo che la tradiva, non gliel’ha voluta dare vinta. Marzia a Basilea non era andata solo per “vedere”. Il giovedì dopo quattro giorni di permanenza in quella città equivoca, ma precisa come, per definizione, solo una città svizzera può esserlo, ha premuto il pulsante col quale si autoiniettava l’anestetico a dose letale.

Niente da dire sulla disperazione, sulla malattia infida, sul dolore fisico diretto (legato alle lesioni) e indiretto (dovuto alle cure) sull’esercizio della speranza azionato e deluso, azionato e deluso… Tuttavia almeno su ciò che è riconducibile alla vita o alla morte dovremmo provare a dire qualcosa, senza ostentare una disinvoltura aprioristica, senza dover rapportare il pensiero ad un credo qualsiasi, senza timore di essere troppo allineati o troppo anti avanguardisti.

E se proviamo a confrontarci, non certo su Marzia del cui dolore abbiamo tutti molto rispetto, ma su “Basilea” avremo argomenti opposti. Così è stato, infatti, nel gruppo.

– Una persona ha diritto a scegliere.
– c’è una sacralità laica della vita che ci deve condizionare più della sacralità religiosa.
– ma tu che faresti?
– non c’entra, non stiamo parlando del caso singolo: ci mancherebbe, lei ha tutta la nostra comprensione.
– e allora di cosa parliamo?
– della pratica ipocrita coperta da una legge che facciamo finta che sia civile.
– il suicidio assistito è come l’eutanasia, quindi se c’è la legge si può fare.
– certo, ma intanto l’eutanasia viene regolata da una commissione della quale fa parte anche il medico che ti ha in cura, i tuoi familiari o amici e l’invito che viene fatto alla persona di riflettere prima di prendere una decisione definitiva, non è solo formale.
– capirai! – e poi non c’è un costo, quindi nessuno ci lucra e questo se permettete non è poco.
– sì ma la sostanza…
– uno se non vuole vivere più ha diritto a farlo.
– alcuni requisiti devono essere rispettati sennò capisci che questo richiama a momenti storici pericolosi.
– nooo, che esagerazione.
– tutte le pratiche relative alla morte prematura, nella storia anche recente, sono state avvallate e iniziate dai medici
– questo mi inquieta in effetti
– ma perché? Non capisco. Lei voleva questo – non sarà mica perché non te lo ha detto? – Ma lei non te lo ha detto perché aveva capito come la pensi, non solo, non voleva interferenze di nessun genere. Era decisa e questo ci dovrebbe lasciare tutti in pace.
– ti ho detto che non è del caso singolo che voglio parlare
– e di cosa?
– Non lo so. Però questa cosa mi mette a disagio. Non c’entra se me lo aveva detto o no, non mi piace pensare che ci sia un posto dove tutto è preciso, organizzato alla perfezione e dove qualcuno fa finta di comprendere il tuo dramma e ti indica il pulsante giusto per risolverlo
– cosa c’entra la tecnica era giusto che lei decidesse della sua vita
– ma è così: se poco accettiamo di morire, non si può sopportare di crepare da soli
– non era sola, c’era suo marito, che di fronte alla sua scelta così decisa, non poteva fare niente se non accompagnarla.
– ma allora perché la loro storia mi fa diventare triste? Nella vita come nella morte non abbiamo bisogno di uno stupido pulsante da pigiare ma di mani sincere da stringere, queste rimangono, come le carezze di mia nonna, come le nostre cure, poche o tante, maldestri e impacciati o professionali e sicuri.
– ti ripeto: lei voleva questo.
– e io ti ripeto che non ci deve essere un posto dove, per 10.000 euro più l’indotto, tu pigi un pulsante e via, come se niente fosse
– ora ba-sta! Lei voleva così: lei riposa in pace!

Nessun argomento apportato lasciava spazio agli argomenti degli altri. Solo motivazioni nette, mai sfumate, tutte comunque ugualmente importanti. Tutto comunque necessario alla pratica del pensiero autonomo, libero da malintese tendenze al pensiero prevalente.

Va detto, a ragion del merito, che nel nostro paese, meno perfetto della Svizzera, c’è una legge, di recente approvazione, la 219 sulle Disposizioni anticipate di Trattamento, in cui al binomio libertà personale/diritto a non soffrire, viene dato il giusto equilibrio. Anche questa legge è passata attraverso il dramma delle singole persone ed è stata sostenuta da cittadini e organizzazioni che hanno interpretato i diritti e hanno lottato perché venissero applicati. Questa legge non nasconde nessuna pratica indefinibile. E’ un importante richiamo all’autodeterminazione, senza drammi, con lucidità. E per quanto riguarda il denaro? Esattamente il contrario. Se in passato quando non c’era la legge, le proprie volontà anche in merito alla vita, per avere valore dovevano essere depositate presso un notaio (che sappiamo avere un costo), adesso le stesse volontà possono essere depositate presso il registro comunale senza nessun costo.

Valeria Cavallini
da Storie… non solo cliniche

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