Profumi

Dopo un mese di degenza in ospedale, dove era stata ricoverata per una polmonite ab ingestis, Franca viene dimessa con la PEG. Anni 80, affetta da Alzheimer ormai in fase avanzata, già da tempo aveva difficoltà ad alimentarsi per un difetto di deglutizione che evolveva inesorabilmente. La PEG (Gastrostomia Endoscopica Percutanea), “il tubo nella pancia” che consente una nutrizione enterale artificiale era stata la scelta combattuta delle figlie, Patrizia, Cristina e Lucia, che ci avevano interpellato telefonicamente quando la mamma era ricoverata. Erano tutte e tre in preda al panico per la responsabilità della decisione, per i dubbi sull’opportunità e le conseguenze e anche per il grande amore nei confronti di quella donna, solo a tratti in grado di relazionarsi con loro, per la quale avrebbero fatto qualsiasi cosa. Noi che ancora non avevamo visitato la paziente, per aiutarle nella scelta, non potevamo che parlare con i medici del reparto che, anch’essi disarmati dalla disperazione delle figlie, cercavano di accelerare l’inserimento della PEG per non dimettere la paziente lasciandole un intervallo di rischio.

Prima visita a casa. Cristina, che avevo conosciuto telefonicamente quando la mamma era ricoverata, e Patrizia sono ad attendermi; la casa è di Patrizia, una delle tre, che, da quando la madre non è più in grado di vivere da sola, si è incaricata della sua assistenza e se l’è portata a casa sua insieme al gatto Merlino che ora fa compagnia ad Artù. Gli altri gattini che Patrizia nutriva nel giardino dell’abitazione della mamma devono essere distribuiti e sistemati, perché in quel piccolo appartamento non ci possono stare tutti. Per cui tra l’altro, lei mi chiede se voglio un gatto. Purtroppo non posso venirle incontro perché anch’io ho ne già un bel numero.

E veniamo a Franca: è distesa sul letto con i cancelli, vicino alla finestra della camera. La stanza non è molto grande ma è luminosa. Fra i due letti lo spazio è ristretto, appena sufficiente per abbassare le sponde e poterla accudire. Lo sguardo è rivolto verso il soffitto e gira leggermente all’indietro: lei ripete delle sillabe e il tono si alza se la si chiama o la si prova a distogliere da quello che sembra un dialogo acceso con chissà quale personaggio della sua mente. Ogni tanto con una carezza delle figlie si placa, distende il volto contratto, come se si svegliasse da un brutto sogno. Quando si rilassa e rivolge lo sguardo amorevole alle figlie, le quattro donne si somigliano, belle, gli occhi grandi, un largo sorriso, pronte a battagliare e, fantastico, un giorno a comunicare in pace . Pochi istanti e Franca ricomincia la discussione animata a suon di epiteti tradotti in treni di sillabe alternativamente gridate e sussurrate. E’ allettata da alcuni mesi: non potrà riacquistare l’uso delle gambe, stese sul materasso antidecubito. La terapia è quella data da un neurologo mesi prima e occupa due pagine fitte di antidepressivi, di antiepilettici, di ansiolitici, di antipsicotici, di sedativi, e chi più ne ha. Cerco di aggiustarla, soprattutto di ridurre quel lungo elenco e mi accorgo che la figlia si muove fin troppo sicura nella farmacologia. Non è il suo mestiere ma si è impegnata nel tempo ad osservare l’impatto di quei farmaci sulla mamma per poterne sfruttare appieno gli effetti benefici (tranquillità, sonno regolare, risposta positiva agli stimoli, diminuzione delle allucinazioni,…) e ridurre il più possibile gli effetti collaterali (sonnolenza, areattività, confabulazione,…). Non riesco a comprendere tuttavia quanto del disorientamento di Franca sia legato alla sua condizione patologica e quanto all’uso progressivo e alle dosi subentranti dei farmaci. Per ora taglio grossolanamente. “Dottoressa, sappiamo che la mamma non potrà più rimettersi in piedi, ma è possibile avere l’intervento del vostro fisioterapista per vedere se migliora un po’ e ciondola di meno?” . “ Va bene, chiamatelo e lui valuterà”.

Da allora Guido, il fisioterapista, con delicatezza e competenza, è diventato una presenza essenziale e regolare che ha consentito a quegli arti fiacchi di acquisire un tono e alle figlie di avere la certezza che stanno facendo il possibile per la mamma. Nella stanza, un po’ in subbuglio, c’è tutto quello che occorre: l’aspiratore, le sonde rettali il bicchiere per la pulizia della bocca, la pompa per la nutrizione. E’ tutto usuale e Artù, gattone tigrato osserva da sopra l’armadio, mentre Merlino è disteso sul letto. Franca si assenta sempre più; i suoi occhi cominciano a spegnersi. Quelli di Patrizia, Cristina e Lucia sono accesi di incomprensioni e mi piacerebbe tanto che piano piano col tempo le risolvessero. Chissà! E’ un’estate molto calda. Ad una visita, entrando in quell’appartamento al terzo piano di uno dei tanti palazzi di Novoli, mi capita di dire che si sente un buon profumo. Dopo un paio di mesi Patrizia, al termine di una visita che in realtà, come anche altre volte, non è un grande intervento medico, ma una specie di riordino delle cose da fare, mi regala il detersivo per pavimenti di cui avevo notato quel profumo. Un’eau di toilette di Hermès sarebbe stato omaggio meno gradito di quel detersivo per pavimenti al profumo di zagara.

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